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La pittura batik

Il termine "batik" - ciò che si disegna -  deriva dalle parole indonesiane amba (scrivere) e titik (goccia).

Questa tecnica di pittura su stoffa era probabilmente già conosciuta e praticata dagli egiziani e fu introdotta nell’isola di Java - Indonesia tra il 300 e il 400 d.C. dai commercianti indiani e da "arte reale" per donne aristocratiche è diventata costume nazionale.

La pittura batik era, fino al tardo XVIII secolo, realizzata solo per l'uso delle comunità indonesiane locali per poi subire un' enorme diffusione intorno al 1800 quando, lungo la costa nord dell'isola di Java, molte città divennero centri di commercio del batik.

Il momento principale e più delicato è sicuramente la posa della cera con cui si coprono le parti del disegno che non si vogliono tingere, siano essi i contorni del disegno o parti di esso. La stesura della cera avviene con un attrezzo chiamato tjanting (canting), piccolo serbatoio metallico dotato di un manico di legno e di un beccuccio da cui fuoriesce la cera liquida e calda; il foro da cui fuoriesce la cera può essere di diverse dimensioni in modo da poter tracciare linee più o meno sottili. Esiste inoltre un modello di tjanting (canting) a più punte con cui è possibile tracciare linee parallele.

La tecnica pittorica batik è stata rivoluzionata dall’invenzione del cap, attrezzo che ricorda nella forma un ferro da stiro e che serve per stampare il disegno di cera sulla stoffa, cosa che permette di lavorare in modo molto più veloce che con il canting. Da qui la differenza tra il batik tulis (tulis: scrivere) e batik cap.

Una volta che la posa della cera è terminata si passa alla colorazione della stoffa. Nella produzione dei batik un'enorme rivoluzione si ebbe nel XIX secolo quando fu introdotta la stampa meccanica dei disegni sul tessuto eliminando completamente l'uso del tjanting (canting) e riducendo i tempi di realizzazione dei tessuti batik.